La relazione completa del segretario generale uscente Pirelli

Posted: 29 Ottobre 2018
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Care compagne e Cari compagni,

questo nostro 18° congresso della Camera del Lavoro di Lecco, conclude un percorso di discussione lungo e intenso iniziato nella primavera di quest’anno con le riunioni delle nostre Assemblee Generali e proseguito con i congressi di base e territoriali.

Un congresso che ha visto un’ampia partecipazione sia nella fase di avvio della discussione (più di 200 gli interventi di delegati e delegate nelle riunioni dei gruppi dirigenti delle categorie e della camera del lavoro) che nei congressi di base: sono state tenute 569 assemblee tra luglio e ottobre a cui hanno partecipato 10619 iscritti e iscritte; oltre a diverse iniziative organizzate dalle categorie prima e durante i congressi territoriali su diverse tematiche che riguardano il nostro territorio e sempre con il coinvolgimento di istituzioni e associazioni di impresa.

Questa partecipazione rafforza la CGIL di Lecco che, nonostante la crisi di questi ultimi anni, ha mantenuto una significativa rappresentanza sociale nel territorio con i suoi 43.580 iscritti nel 2017 di cui 20.000 iscritti tra i lavoratori attivi, i disoccupati ed in forte crescita tra i settori caratterizzati da precarietà e discontinuità contrattuale.

Ma questo non è un congresso ordinario. Non lo è perché il contesto sociale e politico è radicalmente diverso dal passato, come ci dimostrano i dati economici e il nuovo quadro di governo.

Anche per questo credo sia importante che a questo congresso si sia giunti con una proposta programmatica unitaria di tutto il gruppo dirigente, frutto di una discussione interna tesa a valorizzare la ricerca di punti condivisi e non le differenze e le diverse sensibilità presenti in una grande organizzazione di massa.

Una proposta unitaria che dà maggiore autorevolezza ma anche maggiore responsabilità alla CGIL verso il Paese ed il mondo del lavoro che vogliamo rappresentare. Per questo mi auguro che la scelta del nuovo gruppo dirigente, che avverrà al Congresso nazionale, sia espressione coerente di questo sforzo unitario e che sappia rappresentare il coraggio e la novità delle proposte che con il congresso mettiamo in campo.

Ma ciò che è successo nel direttivo nazionale di sabato scorso, il rischio cioè di una rottura profonda nel gruppo dirigente nazionale, per ora solo rinviata, non va in questa direzione. Io penso che sia ancora possibile costruire intorno alla proposta del segretario generale uscente, frutto di un’ampia consultazione delle strutture territoriali, un nuovo gruppo dirigente autorevole ed espressione delle diverse sensibilità presenti nella CGIL.

A questo esito unitario crediamo di aver dato, come Camera del Lavoro, categorie e confederazione, un contributo importante, lavorando in questi ultimi anni, sui temi concreti, sempre dentro un confronto, in alcuni momenti anche vivace, ma con l’obiettivo di individuare proposte e iniziative condivise sia sul versante delle scelte sindacali che sul versante delle scelte organizzative.

Potevamo riprodurre anche qui divisioni e contrapposizioni che hanno caratterizzato il dibattito nazionale. Non lo abbiamo fatto e oggi siamo, più di altre strutture, nelle condizioni di dare un contributo vero, frutto di un lavoro concreto, al dibattito congressuale della CGIL.

Abbiamo affrontato in questi anni di crisi passaggi delicati che hanno lasciato il segno nel nostro territorio: migliaia di licenziamenti, chiusure di aziende e interi settori (penso all’edilizia) in ginocchio.

Certo, ci hanno aiutato strumenti legislativi che oggi non ci sono più (come la cassa integrazione, poi modificata dal Jobs act) ma se siamo riusciti, almeno in parte a ridurre l’impatto negativo della crisi è dovuto al coraggio ed in molti casi alla fantasia con cui abbiamo gestito delicate contrattazioni aziendali e nei momenti più difficili (come nell’ottobre 2013) promosso iniziative clamorose di protesta per richiamare aziende e istituzioni a prendersi le responsabilità che erano necessarie.

Tutto ciò in un territorio che prima della crisi non conosceva disoccupazione strutturale e che doveva fare i conti con un realtà del tutto nuova. In quel contesto abbiamo incontrato interlocutori attenti che hanno contribuito con noi a trovare le soluzioni più adeguate ai problemi che avevamo. Ed è anche per questo che oggi, in una fase del tutto nuova, abbiamo, come CGIL, l’autorevolezza e la forza di poter avanzare proposte concrete e di chiedere risposte positive per il territorio ai nostri interlocutori

IL DOCUMENTO CONGRESSUALE DELLA CGIL

La crescita delle diseguaglianze sociali, economiche e culturali e le politiche necessarie per contrastarla sono al centro del documento congressuale. La crisi e le politiche dei governi che hanno caratterizzato questi anni hanno aumentato le disuguaglianze, invece di diminuirle. Disuguaglianze sociali, culturali e di reddito. Diseguaglianze nel mondo e nel nostro paese.

Diseguaglianze che vengono utilizzate per alimentare egoismi e intolleranze verso gli stranieri e le persone più fragili.

Per questo mettere al centro la lotta alle disuguaglianze significa mettere al centro del dibattito del paese i problemi reali delle persone ed è anche la condizione perché cresca una società più giusta integrata ed inclusiva.

Tra le tante ricerche che sono state pubblicate per dimostrate l’enorme crescita delle diseguaglianze nel mondo, voglio riprendere il rapporto OXFAM presentato alla vigilia dell’ultimo Forum mondiale dell’economia.

L’82% dell’incremento della ricchezza globale prodotta nel 2017 è andato all’1% più ricco della popolazione, mentre il 50% della popolazione più povera non ha avuto alcuna redistribuzione di tale ricchezza prodotta. Ed i due terzi della ricchezza è stata prodotta non dal lavoro ma dalla rendita.

Se poi guardiamo al nostro Paese i dati sono altrettanto preoccupanti se è vero che il 20% più ricco detiene ormai il 66% della ricchezza nazionale ed il 60% più povero solo il 14,8%.

Il rapporto Istat fotografa la situazione di crescita della povertà e del disagio sociale ed economico di gran parte della popolazione italiana prodotto dalla crisi di questi anni. Le persone in povertà assoluta nel nostro paese hanno superato i 5 milioni. Quelle che hanno smesso di curarsi, perché non se lo possono più permettere, sono 12 milioni. Oltre il 30% della popolazione è a rischio esclusione sociale e 9,3 milioni di italiani siano già in povertà relativa. Se confrontiamo la nostra condizione con quella degli altri paesi, ci accorgiamo che tutti i dati sulle disuguaglianze in Italia sono superiori alla media europea e sono tra i peggiori in termini assoluti. 

Questo è il quadro che abbiamo di fronte ed è evidente che oltre alla progressiva riduzione del welfare universale che aveva consentito negli anni una risposta ai bisogni fondamentali delle persone, la riduzione del lavoro, la sua precarizzazione, sono le cause della crescita delle diseguaglianze nel nostro paese.

Quindi il lavoro è il cuore della nostra proposta e delle nostre iniziative. Ma senza diritti e tutele, il lavoro da strumento per ridurre le disuguaglianze può essere fonte esso stesso di disuguaglianze.

Per questo la CGIL ha messo al centro del proprio documento congressuale il rilancio di due proposte fra loro coerenti e complementari: il piano per il lavoro e la carta dei diritti universali del lavoro che offriamo al dibattito politico e sociale ed alle scelte di governo di questo paese.

Il piano per il lavoro

L’Italia ha bisogno di investimenti nei settori strategici dell’economia, a partire da investimenti pubblici, con l’obiettivo di aumentare la domanda di beni e servizi di qualità, incrementando anche così l’occupazione di qualità.

Investimenti pubblici rivolti prioritariamente alla difesa del territorio, dell’ambiente e di uno sviluppo sostenibile accanto ad interventi in settori trainanti della nostra economia favorendo ricerca ed innovazione. Per questi investimenti pubblici abbiamo proposto la creazione di una Agenzia nazionale per lo sviluppo industriale. Nel contempo, pensiamo che nel territorio e dal territorio, a partire dalle specificità produttive esistenti (per esempio il nostro distretto metalmeccanico), possono giungere segnali di ripresa importanti che vanno sostenuti con politiche nazionali adeguate.

Sta anche a noi, come sindacato, alla nostra capacità negoziale ed alla nostra iniziativa nei territori (mi riferisco ad esempio alle proposte che abbiamo avanzato ai tavoli di sviluppo provinciale lo scorso anno) contribuire a politiche di sviluppo che facciano crescere l’occupazione.

Se poi consideriamo gli scenari dell’impatto delle tecnologie e della digitalizzazione sul lavoro, il quadro è ancora più preoccupante.

Il recente forum mondiale dell’economia ha previsto una perdita mondiale di 7,1 milioni di posti di lavoro entro il 2020 compensata solo parzialmente da 2 milioni di nuovi posti di lavoro ed in Italia, senza politiche mirate alla creazione di nuovi posti di lavoro, si potrebbero perdere, nei prossimi 15 anni, 3,2 milioni di posti di lavoro di cui 850.000 solo nell’industria manifatturiera.

Ma al di là di quali saranno i lavori del futuro, sia in termini quantitativi che qualitativi, la fase transitoria che stiamo attraversando richiede già ora alte competenze sia di carattere generale che specialistiche.

In questo contesto l’attenzione più importante allora va dedicata al tema dell’istruzione e della formazione.

C’è un rischio concreto che dobbiamo evitare e cioè il crescere di un mercato del lavoro diviso tra chi ha competenze e professionalità e quindi è più garantito e chi non le ha.

Per questo sono drammatici i dati di queste settimane sugli alti tassi di abbandono scolastico che pongono il nostro paese tra quelli che meno investono in istruzione per tutti.

Alzare i livelli di istruzione: la CGIL ripropone l’obbligo scolastico a 18 anni. Garantire un effettivo successo scolastico e formativo è il presupposto per vincere la sfida globale dell’innovazione tecnologica.

E poi tanta formazione professionale dentro le aziende, contrattando le risorse, anche pubbliche che sono a disposizione per favorire la formazione continua rivolta in particolare alle figure e mansioni più povere e che spesso riguarda lavoratori che non hanno mai avuto prima opportunità di formazione.

Infine bisogna investire in ricerca di base oltre che sostenere il trasferimento tecnologico alle imprese. Da questo punto di vista, non è sufficiente il massiccio trasferimento di risorse alle imprese, come sta avvenendo con il piano Industria 4.0 se nel contempo non si finanzia adeguatamente la ricerca di base (quella che viene definitiva ricerca “disinteressata”) che coinvolge oggi migliaia di bravi ricercatori negli Enti pubblici di ricerca.

C’è uno spazio negoziale, a partire dai luoghi di lavoro, ma anche sul piano territoriale, che dobbiamo saper utilizzare come sindacato, per orientare risorse e governare organizzazione del lavoro, formazione e prestazioni professionali verso la qualità sia della produzione che del lavoro.

La carta dei diritti

Ma investimenti e sostegno all’economia non possono da soli promuovere occupazione di qualità se accanto non si affermano diritti e tutele fondamentali. Per questo abbiamo raccolto milioni di firme a sostegno di un disegno di legge di iniziativa popolare con l’obiettivo di modificare, allargando diritti e tutele, l’attuale Statuto dei lavoratori.

La crisi ha peggiorato le condizioni di vita e di lavoro delle persone, aumentando lo stato di precarietà e di incertezza per il futuro, in particolare dei giovani. Gli effetti sono immediati ed evidenti con la crescita in termini assoluti dei giovani che né studiano né lavorano (i cosiddetti NEET).

La proposta di una nuova carta dei diritti ha al centro la riduzione della precarietà (fonte di disuguaglianza prima ancora che inaccettabile condizione di vita e di lavoro) partendo dai settori più esposti a queste forme di lavoro come il terziario, anche se ormai anche l’industria manifatturiera e i settori tradizionali non sono esenti.

Vogliamo che la Carta dei diritti, si configuri come un nuovo Statuto dei lavoratori, indicando alcuni diritti fondamentali che vanno garantiti ai lavoratori ed alle lavoratrici, in qualsiasi condizione e luogo di lavoro. Anche così si ricostruisce una effettiva solidarietà e unità del mondo del lavoro e attraverso ciò rendere più forte la lotta sindacale.

Un intervento legislativo che è di sostegno alla contrattazione collettiva che sicuramente si rivolge alle condizioni di chi lavora nella nuova economia digitale ma che coinvolge anche i settori dell’economia tradizionale.

Un nuovo Statuto, quindi, per tutte le lavoratrici e i lavoratori, che riconduca le diverse forme di precarietà (dal lavoro interinale, alle partite iva, al lavoro a termine) al rispetto di norme comuni in materia di contrattazione salariale nazionale, condizioni di lavoro, di sicurezza sul lavoro, formazione e libertà sindacali.

Così come continueremo la nostra iniziativa (avviata già con i referendum) per l’abrogazione delle forme più inaccettabili di precarietà (come i voucher) e per la reintroduzione dell’art. 18 ed il diritto al reintegro in caso di licenziamento illegittimo, che ha già ottenuto un primo importante risultato con la recente sentenza della Corte Costituzionale, per gli effetti di deterrenza che essa introduce.

Accanto a nuovi strumenti legislativi sarà necessario mettere in campo una nuova stagione di contrattazione aziendale e territoriale con l’obiettivo da una parte di trasformare un numero significativo di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato e dall’altra di ottenere importanti incrementi salariali.

La crescita di produttività di questi ultimi due anni dovuti ad una ripresa che, almeno nel nostro territorio è evidente, non può infatti non tradursi in una redistribuzione di parte di questa crescita a favore del lavoro in termini di salario e occupazione.

Così come i processi tecnologici consentono di aprire un confronto serio ed importante a favore di una progressiva riduzione e redistribuzione degli orari e del lavoro necessari per difendere i livelli occupazionali.

Vi sono poi alcuni interventi legislativi necessari a sostegno del lavoro che chiediamo con forza:

  1. Una riforma fiscale che riduca la tassazione sul lavoro dipendente, e sposti il maggior carico fiscale del paese sui patrimoni e sulla lotta alla corruzione ed alla evasione fiscale

  2. Una riforma complessiva degli ammortizzatori sociali (cancellati o ridotti dal jobs act) che consenta ai lavoratori provenienti da aziende in situazioni di crisi (e sappiamo che nonostante i segnali di crescita ci sono ancora situazioni di crisi pesante in alcuni settori), di mantenere almeno una qualche possibilità di ricollocazione produttiva.

  3. Proponiamo un reddito di continuità utile a sostenere i giovani in cerca di occupazione e per coprire le interruzioni lavorative. Non è e non vuole essere un reddito di cittadinanza, simile a quello oggi oggetto dell’iniziativa del governo, perché per noi il rapporto tra reddito e lavoro rappresenta un punto sostanziale della nostra idea di società

  4. Vanno introdotte modifiche alla Legge Fornero sul versante previdenziale nella direzione di garantire flessibilità in uscita e una pensione di garanzia per i giovani. Le modifiche che proponiamo vanno tenute insieme se vogliamo evitare uno scontro tra generazioni. Non si può non partire, certo, dal destino previdenziale che riguarderà chi oggi ha un lavoro precario e discontinuo (oggi per i giovani questo è il dramma principale), ma nel contempo non si può non dare una risposta a coloro che si sono visti modificare le prospettive di vita dalla legge Fornero.

  5. Infine vanno aumentate le risorse per il welfare universale, anche superando le distorsioni prodotte dalla detassazione sugli accordi contrattuali, che prevedono interventi di welfare ma che in realtà hanno prodotto differenziazioni territoriali, settoriali e generazionali a scapito di un sistema universalistico e per tutti.

La CGIL con queste proposte offre alla politica un terreno concreto di confronto, rivendicando certo la propria autonomia ma, nel contempo, un ruolo per il sindacato confederale nella definizione delle grandi scelte del paese, spesso negato negli ultimi anni.

IL RAPPORTO CON LA POLITICA

Avanziamo queste proposte nella consapevolezza che il dibattito politico e le scelte, anche recenti del Governo, non vanno nella stessa direzione.

Per la verità da tempo (ed in particolare con il Governo Renzi) verso il mondo del lavoro, sono state fatte scelte sbagliate che da una parte hanno ridotto diritti e tutele (penso al Jobs act) e dall’altra hanno messo in discussione il ruolo di rappresentanza sociale dei corpi intermedi tra cui le Organizzazioni Sindacali.

Penso che queste scelte abbiano fortemente condizionato l’orientamento elettorale del mondo del lavoro con cui sarebbe bene a sinistra fare i conti.

La crisi della sinistra, ha scritto Bernie Sanders, nel riflettere sulla sconfitta dei democratici alle ultime elezioni americane, nasce dal fatto che a fronte di una forte iniziativa identitaria verso tutte le minoranze, la sinistra ha rinunciato a rappresentare la maggioranza dei lavoratori che come conseguenza hanno votato Trump.

La sinistra deve impegnarsi a costruire un nuovo blocco sociale, che va politicamente rappresentato, capace di tenere insieme il mondo del lavoro dipendente e le aree più disagiate della società, riscoprendo un’idea di solidarietà che una volta si sarebbe chiamata “di classe”.

Al contrario oggi prevale, nel dibattito a sinistra, la contraddizione tra la difesa a tutti i costi di scelte sbagliate verso il mondo del lavoro, e il timido sostegno ad iniziative di solidarietà per i più deboli, pensando con queste proposte di poter ottenere una incerta e, dal mio punto di vista, impossibile rivincita politica.

Nel contempo le forze politiche oggi al Governo fanno scelte che vanno giudicate, come sempre, nel merito ed in relazione con i nostri valori e le nostre proposte.

Ed è innanzitutto sui valori che la distanza politica e culturale tra noi ed il governo è enorme. Il recente decreto su sicurezza ed immigrazione che porta la firma del Ministro Salvini rappresenterebbe la risposta del Governo ai delicati problemi di convivenza di questo paese, ed avviene dopo settimane in cui il Ministro ha alimentato divisioni e contrapposizioni sociali.

Nel pomeriggio di oggi abbiamo deciso di dedicare un focus specifico del nostro congresso ai grandi temi delle migrazioni e dei conflitti che essi pongono. Ma da un punto di vista politico la risposta del Governo è sbagliata. Lo è nel merito quando intreccia sicurezza e immigrazione, utilizzando le fragilità sociali a cui assistiamo oggi per rafforzare risposte individualistiche e pericolose (penso alla proposta sulla legittima difesa). Lo è perché non affronta il tema dell’immigrazione con l’obiettivo di governare un processo inevitabile, ma utilizzando le paure indotte per fini elettorali e propagandistici.

Questo approccio sta alimentando un clima di violenza verbale e, in casi sempre più frequenti, fisica che va nettamente respinta. La CGIL è impegnata a difendere e rilanciare tutte quelle esperienze, come a Riace, di integrazione positiva. Siamo impegnati a sostenere tutte quelle iniziative di contrasto alle politiche del governo su questo punto, così come non possiamo non richiamare gli altri paesi europei ai doveri di solidarietà con i paesi mediterranei.

Anche sul fronte delle politiche economiche stiamo registriamo contraddizioni e scelte discutibili da parte del Governo.

Mentre da una parte si tenta una timida inversione di tendenza sul lavoro (penso ai contratti a tempo determinato ed alla estensione della CIG) dall’altra non vi sono risorse per i rinnovi dei contratti pubblici, si ripropongo norme che allargano la precarietà (i voucher) e soprattutto manca una politica industriale che favorisca crescita e nuova occupazione.

Da una parte si prova a modificare la legge Fornero anche se in modo assolutamente insufficiente ed iniquo rispetto alle nostre proposte, dall’altra si ripropone un esteso e scandaloso condono accanto ad una proposta di riforma fiscale a tutto vantaggio dei più ricchi

Nei giorni scorsi gli esecutivi nazionali di CGIL CISL UIL hanno condiviso queste valutazione sulla manovra economica del Governo, avanzando precise proposte di riforma su cui chiediamo un confronto con il Governo.

Serve al paese un rinnovato confronto costante con i corpi intermedi della società. Anche su questo misureremo quanto sarà profondo il cambio di passo con gli ultimi governi

L’EUROPA

In questa fase il dibattito politico si intreccia fortemente, in vista della scadenza elettorale ravvicinata, con il tema del futuro dell’Europa. Crescono nel continente spinte nazionalistiche ed antieuropee che vanno contrastate a favore di un’idea di Europa così come Altiero Spinelli l’aveva pensata e proposta, capace di svolgere un ruolo decisivo nelle scelte politiche ed economiche mondiali.

Ma se vogliamo rilanciare un’idea di Europa dei popoli, bisogna rompere con le politiche di austerità che hanno condizionato in questi anni bilanci, investimenti e politiche sociali dei paesi europei, determinando, come nel caso greco, veri e propri effetti drammatici sulla popolazione. Servono politiche economiche espansive con un segno nettamente di sinistra, che rompano le rigidità imposte da regole europee non più sostenibili, come già sta avvenendo in Portogallo e in Spagna.

Il tema di una prospettiva europea, per chi come il sindacato vuole rappresentare il mondo del lavoro, passa attraverso la costruzione di uno spazio sociale europeo nel quale si affermi l’uguaglianza dei diritti fondamentali nel lavoro tra i paesi europei e l’allargamento della contrattazione collettiva europea nonché il ruolo del sindacato confederale europeo.

Nel contempo l’Europa deve sciogliere le proprie contraddizioni interne, frutto di una politica debole. Non si può, ad esempio, da una parte chiedere sul tema immigrazione, che rappresenta oggi una delle questioni fondamentali per tutto il continente, solidarietà tra i paesi europei, e poi giudicare, come ha fatto la Commissione Europea, positivo il recente decreto Salvini che ripropone chiusure insostenibili.

I RAPPORTI UNITARI

Su molti dei temi affrontati in questa prima parte della mia relazione vi è stato un impegno, in questi anni, unitario dell’insieme del sindacato confederale. Ciò rende più forti le nostre proposte e la possibilità di intese e risultati positivi.

La discussione con CISL e UIL non riguarda, credo, la volontà più o meno esplicita tra di noi di mantenere e sviluppare rapporti unitari.

Penso che la discussione oggi, riguardi l’dea di confederalità quale condizione necessaria per costruire una tenuta ed iniziativa unitaria.

Sicuramente ci aiutano gli accordi e le norme sulla rappresentanza. Quando le regole che determinano la rappresentanza di ognuno di noi sono chiare anche l’iniziativa unitaria è più forte ed il rapporto democratico con i lavoratori un vincolo indiscutibile per tutti.

Per questo democrazia e rappresentanza sono aspetti inscindibili dell’impegno sindacale confederale. Ed è per questo che chiediamo da tempo una legge sulla rappresentanza che dia certezza e garanzia alle organizzazioni sindacali ed ai lavoratori.

IL TERRITORIO LECCHESE

Anche nel nostro territorio, che pure sta vivendo una fase di crescita diversa e per certi versi migliore che in altre parti del Paese e della nostra stessa regione, la crisi ha prodotto nuove diseguaglianze.

Cosi come sono cresciute nuove fasce di povertà ed inattività sia tra i giovani che tra le persone anziane.

Eppure se dovessimo solo limitarci a guardare i dati economici la situazione dovrebbe e potrebbe essere diversa. I dati riferiti al 2017 infatti ci dicono che in un solo anno rispetto al 2016 la produzione industriale lecchese è cresciuta del 6,1%, gli ordinativi del 6,8% ed il fatturato del 7%. Anche nel settore a crescita più lenta come l’artigianato i dati sono tutti vicini al + 3%. Così come nel terziario assistiamo ad una crescita del PIL sia pur in misura inferiore rispetto ai settori industriali.

Se guardiamo poi ai primi 6 mesi del 2018 si conferma per la nostra provincia una crescita ancora sostenuta con un +3,8% di produzione, +5,4% di ordini e +6,9% di fatturato nel solo settore dell’industria

Questa situazione di sostenuto sviluppo produttivo è favorita da un forte processo di crescita delle esportazioni da parte delle imprese lecchesi. Gli scambi commerciali hanno raggiunto nel primo semestre 2018 la cifra record di 3,8 miliardi di euro con una crescita del 2,5% rispetto allo stesso periodo del 2017 che già aveva segnato un risultato straordinario.

Ma la realtà ci dice anche altro. Intanto che la crescita non è omogenea in tutti i settori (vedi i dati del terziario e di alcuni settori industriali) e permangono gravi problemi in settori importanti dell’economia come l’edilizia.

L’impatto delle tecnologie ha sì prodotto una maggiore qualità della produzione che si è tradotta nei brillanti risultati delle esportazioni da parte delle nostre aziende, ma ciò sta cambiando profondamente anche il modo di produrre e non solo il cosa produrre, incidendo in modo significativo sull’organizzazione del lavoro e sull’occupazione.

Noi siamo stati tra i primi negli anni scorsi ad individuare, nel nostro territorio, l’investimento in ricerca e innovazione come una delle strade principali per uscire dalla crisi.

Non soltanto sostenendo pienamente la presenza e la crescita del Politecnico e del CNR ma contribuendo con le nostre iniziative (anche pubbliche) a promuovere la messa in rete degli enti di ricerca sul territorio (penso all’INAF di Merate) ed a sostenere iniziative rivolte a favorire il trasferimento tecnologico alle imprese dei risultati della ricerca.

Iniziative importanti e molto positive come quella promossa e realizzata dalla Camera di Commercio nei mesi scorsi con il progetto Ecosistema Innovazione Lecco sono il risultato anche di nostre sollecitazioni.

Una fase di crescita nella quale valorizzare le sinergie tra il settore tradizionale del nostro territorio, il manifatturiero, ed altri settori in forte espansione dell’economia lecchese, in particolare il terziario avanzato (in primo luogo formazione e ricerca) e il turismo.

Ma questa fase di crescita produttiva che coinvolge la gran parte delle imprese del territorio fa anche emergere il problema che ora abbiamo tutti di fronte e su cui dobbiamo concentrare la nostra attenzione e chiedere ai nostri interlocutori, siano essi istituzionali che sociali, impegni ed una precisa assunzione di responsabilità.

Mi riferisco al tema della crescita dell’occupazione non solo in termini generici e quantitativi ma crescita dell’occupazione stabile e di qualità.

I dati ci dicono della gravità della situazione.

Infatti a fronte di livelli occupazionali che superano quelli del 2008 (+4000 assunzioni solo nell’ultimo biennio) con un tasso di disoccupazione che è sceso al 5,3% (stiamo meglio della media nazionale e regionale) le assunzioni a tempo indeterminato rappresentano solo il 20% dei nuovi assunti nel 2017.

Ma ciò che più ci preoccupa sono le prospettive dei prossimi mesi.

Se prendiamo in considerazione le previsioni di assunzione da parte delle imprese (indagine trimestrale Excelsior) i dati confermano queste nostre preoccupazioni.

Il 20% previsto sono contratti in somministrazione e tra le assunzioni di dipendenti solo il 30% è previsto a tempo indeterminato. Il quadro non cambia di molto se prendiamo il solo settore manifatturiero e cioè non considerando il peso, importante del terziario, settore nel quale il lavoro precario e “povero” è più esteso e significativo.

In questo settore, infatti, il 33% sono contratti in somministrazione e tra i lavoratori dipendenti solo il 35% è previsto con contratto a tempo indeterminato.

Se poi prendiamo il dato riferito all’occupazione giovanile permane ancora un alto numero di giovani, anche scolarizzato che né lavora e né ha proseguito con gli studi.

Serve una netta inversione di tendenza, la cui assenza non può essere giustificata solo dal fatto che le imprese, dopo ormai due anni di crescita, continuano ad avere timori delle assunzioni a tempo indeterminato, peraltro con contratti a tutele crescenti dopo l’approvazione del jobs act. Oppure legare la disponibilità a nuove assunzione solo in presenza di nuove agevolazioni fiscali.

E’ necessario che le imprese a fronte di una crescita di utili e profitti contribuiscano significativamente alla crescita di occupazione stabile e di qualità, perché investire sul “capitale umano” è utile e necessario anche per loro.

Anche quando le imprese denunciano la mancanza di figure professionali adeguate ai nuovi processi di innovazione tecnologica, il tema dell’occupazione stabile e di qualità si ripropone, se è vero che un numero crescente di laureati, anche in materie scientifiche, trova lavoro fuori dalla nostra provincia.

Nel contempo far crescere una occupazione stabile e di qualità per tutti risponde all’esigenza di evitare, anche nel nostro territorio, di favorire quel mercato del lavoro a due velocità di cui ho già parlato: da una parte le professionalità alte, quelle più richieste con contratti stabili e dall’altra il formarsi di un’ampia area di lavoro povero e dequalificato, sempre più precario e sostituibile.

Per questo proponiamo alle associazioni delle imprese, alle istituzioni del territorio di sottoscrivere un patto per la crescita e la buona occupazione, per promuovere e sostenere anche attraverso strumenti pubblici, un lavoro stabile e di qualità, con diritti e retribuzioni giuste e adeguate.

Ed è in relazione a questo obiettivo che consideriamo positivamente l’apertura nei giorni scorsi di un tavolo di confronto con Confindustria su mercato del lavoro e formazione.

L’obiettivo è quello di offrire, attraverso la contrattazione aziendale che ne esce rafforzata, e senza deroghe legislative per noi inaccettabili, da una parte spazi di flessibilità organizzativa alle imprese in questa fase transitoria di cambiamenti e dall’altra garantire la trasformazione di un numero significativo di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato, condividendo criteri e strumenti per raggiungere questo obiettivo.

Tutto ciò favorisce lo sviluppo e l’estensione della contrattazione di 2° livello, aziendale e territoriale, coerentemente con il nuovo modello di relazioni sindacali definito a livello nazionale con le diverse associazioni imprenditoriali; una nuova stagione di contrattazione di 2° livello che punti esplicitamente alla crescita dei salari e dell’occupazione.

Noi pensiamo infatti che a fronte di una crescita significativa di produttività nelle imprese del territorio vada contrattata la redistribuzione di parte di questi incrementi di produttività a favore dei lavoratori, attraverso una crescita dei salari che riduca in parte le disuguaglianze di reddito prodotte dalla crisi.

E’ in questo contesto che come CGIL di Lecco, con un documento del proprio Comitato Direttivo del giugno 2017, abbiamo sostenuto l’indisponibilità della nostra organizzazione a sottoscrivere intese ed accordi aziendali, più volte sollecitati dalle imprese, che prevedevano la progressiva sostituzione dei premi di risultato con interventi di welfare aziendale.

La richieste da parte delle imprese di introdurre forme di welfare in sostituzione di premi economici (utilizzando peraltro piattaforme promosse e gestite dalle stesse associazioni d’impresa) in realtà produce per le aziende una riduzione netta del costo del lavoro, limita la possibilità nel tempo di consolidare i risultati della contrattazione oltre a produrre alcuni effetti negativi per i lavoratori (penso alla mancata contribuzione del welfare aziendale in un sistema previdenziale ormai totalmente contributivo).

Per la stessa ragione come CGIL di Lecco non abbiamo aderito al progetto di costituzione di una piattaforma territoriale di welfare (chiamata Valoriamo) la cui sostenibilità nel tempo è legata alla crescita ed estensione del welfare aziendale.

Ciò non significa, come abbiamo più volte detto, che non condividiamo l’obiettivo di fondo del progetto e cioè un impegno concreto verso le fasce più fragili ed in difficoltà del mercato del lavoro, ma esso può e deve essere raggiunto solo se imprese e lavoratori impegnano risorse aggiuntive specificatamente dedicate.

Gli effetti delle tecnologie sul lavoro richiederanno un grande impegno politico e contrattuale sui temi della formazione e dell’organizzazione del lavoro.

E’ evidente infatti che se non vogliamo che l’innovazione tecnologica produca divisioni dentro il mondo del lavoro serve una stagione straordinaria e diffusa di iniziative di formazione professionale rivolta in particolare ai lavoratori di più bassa qualifica e professionalità.

Le risorse destinate alla formazione contenute nel piano di Governo denominato Industria 4.0 vanno utilizzate in questa direzione.

L’obbligo di accordi aziendali o territoriali per l’utilizzo di queste risorse deve essere l’occasione per impegnare le imprese a investire, anche con risorse aziendali aggiuntive, in formazione professionale rivolta a tutti i lavoratori.

Per questo chiediamo che le risorse per la formazione derivanti dal piano industria 4.0 vengano confermate anche per i prossimi anni.

Così come vanno favorite forme di intreccio tra formazione e lavoro (penso in particolare all’apprendistato) quale strumento privilegiato per l’ingresso stabile dei giovani nel mercato del lavoro.

Le stesse esperienze di alternanza scuola – lavoro, se vissute e proposte come una diversa e più ricca modalità di apprendimento in un contesto lavorativo, sono un importante strumento di avvicinamento dei giovani al lavoro.

Purtroppo, e non mi riferisco al nostro territorio, spesso così non è, e si è utilizzata l’alternanza scuola – lavoro semplicemente come uno strumento da parte delle imprese di utilizzo, a basso costo, di giovani lavoratori.

Abbiamo di fronte quindi una fase impegnativa di iniziativa sindacale e contrattuale nel nostro territorio.

I nuovi assetti istituzionali del territorio

Ma è bene saperlo, a differenza del periodo di gestione difficile della crisi, questa fase dovrà fare i conti con un quadro di enorme incertezza sul piano della governance istituzionale e dei luoghi di rappresentanza sociale.

In primo luogo è venuto meno il ruolo di indirizzo e programmazione, con riferimento soprattutto al mercato del lavoro, della Provincia di Lecco. E’ la conseguenza delle scelte disastrose compiute dal Governo Renzi sugli assetti istituzionali prima con la legge Del Rio e poi con la sconfitta al referendum costituzionale.

Non è ovviamente responsabilità né degli attuali amministratori né dei funzionari sia del centro per l’impiego che dell’Unità di crisi che hanno svolto sempre un ruolo importante prima e durante la crisi.

Ma la decisione politica del Governo, prima di sopprimere le province e poi, di ridurre (questa scelta per la verità sostenuta anche da Regione Lombardia), risorse e funzioni, ha prodotto un effetto devastante in un territorio che richiederebbe in questa fase di ripresa un indirizzo di governo e risorse dedicate, in particolare a sostenere la buona occupazione.

Nel contempo mi auguro che il prossimo accorpamento delle due Camere di Commercio di Lecco e Como non significhi per il nostro territorio una riduzione di interesse e di impegno da parte di un Ente che deve sostenere le imprese in questa fase di crescita produttiva.

Abbiamo sempre sostenuto che sarebbe stato preferibile mantenere la Camera di Commercio di Lecco, peraltro efficiente nella sua gestione e operatività, evitando di ridurre, come purtroppo è avvenuto, le risorse trasferite dalle imprese per le attività di promozione e sostegno dell’economia del territorio.

La nuova Camera di Commercio di Lecco e Como dovrà essere sollecitata e richiamata a dare risposte ad un territorio, quello lecchese, che, a differenza di Como, e persino in settori di nuova espansione come il turismo, dimostra tanta vivacità e dinamicità produttiva.

Per farlo dobbiamo mantenere una sede di confronto tra le forze sociali e le istituzioni del territorio lecchese andando oltre e rafforzando l’esperienza del tavolo di sviluppo provinciale promosso nel 2017.

Con la Provincia ed il Comune di Lecco avevamo avviato infatti, alcuni tavoli di confronto tematico che avevano al centro lo sviluppo del territorio e che non possono ora essere dimenticati.

Mi riferisco in primo luogo al tema delle infrastrutture materiali ed immateriali, la cui precarietà è già stata oggetto di denuncia da parte delle Associazioni di Impresa.

Innanzitutto in merito al tema della viabilità sia su gomma che su ferro, (soprattutto dopo la chiusura del ponte di Paderno) registriamo una persistente fragilità del territorio che richiederebbe investimenti sia nella riqualificazione delle strade che nel rinnovamento dei mezzi, da dedicare non solo sull’asse Nord-Sud ma anche e soprattutto Est – Ovest.

Investire in infrastrutture, come è emerso nel recente congresso della Fillea Cgil di Lecco peraltro darebbe un contributo significativo alla ripresa di un settore particolarmente colpito dalla crisi come l’edilizia.

C’è il tema del riutilizzo delle aree industriali dismesse a favore di una riallocazione produttiva e nell’ottica di una produzione innovativa e di qualità e c’è il tema della rigenerazione delle aree urbane con l’obiettivo evitare il consumo di suolo.

E poi c’era l’impegno ad un massiccio investimento nella banda ultralarga e nella digitalizzazione della pubblica amministrazione, impegno che finora non si è tradotto in fatti concreti.

Infine, come abbiamo proposto in un recente convegno con il nostro sindacato di categoria dei bancari c’è la necessità di individuare un luogo di confronto tra le forze sociali del territorio (in rappresentanza di imprese e lavoratori) e il sistema finanziario e bancario per sostenere gli sforzi di crescita e sviluppo economico e produttivo in atto.

Tutte queste proposte sono finalizzare ad aumentare l’attrattività del nostro territorio in un contesto dove la competitività di un sistema produttivo si gioca anche sulla qualità del contesto entro cui si colloca.

Come vedete tanti sono i temi che dovrebbero trovare un luogo di confronto istituzionale che oggi è debole o inefficace e per questo chiediamo di ridare alla provincia funzioni e risorse adeguate per nuove politiche territoriali. Politiche territoriali che devono trovare sostegno e consenso, però, dopo un confronto programmatico chiaro tra diversi e alternativi schieramenti politici. Purtroppo il contrario di ciò che avverrà dopodomani con la elezione del nuovo presidente della Provincia.

In assenza di un luogo di confronto istituzionale, il rischio è che il destino di questo territorio, le decisioni più importanti e impegnative siano in mano a pochi, selezionati soggetti, che hanno le risorse economiche e finanziarie necessarie (ad esempio la fondazione comunitaria del lecchese). Decisioni che però avverrebbero in luoghi impropri, informali e non trasparenti.

Penso sia urgente invece riportare nelle sedi di confronto pubblico ed istituzionale le scelte più importanti da assumere per questo territorio. Un ruolo di governo e di programmazione degli Enti pubblici sempre più necessario ma che rischia, ad esempio, di essere fortemente indebolito con la recente costituzione della società a maggioranza privata (ancorchè del privato no profit) nella gestione dei servizi sociali del territorio.

Ciò che sta avvenendo è un processo, che non condividiamo, di progressiva privatizzazione non solo nella gestione dei servizi ma anche nella sua progettazione.

Già nel congresso scorso denunciammo la crisi in cui era giunto il cosiddetto “sistema Lecco” quel modello attraverso il quale individuato un obiettivo condiviso i diversi soggetti sul territorio operavano coerentemente in sinergia tra loro.

La crisi probabilmente ha fatto prevalere particolarismi ed interesse di organizzazione che hanno avuto come effetto la rinuncia alla ricerca di obiettivi condivisi tra tutti gli attori del territorio.

Anche per questo è aperta oggi una discussione sul futuro di Network Occupazione che nel corso di questi anni ha provato (dai profili professionali al progetto di alternanza e apprendistato) a condividere alcuni percorsi virtuosi per il nostro territorio.

Noi pensiamo che ci sia, oggi più di ieri, la necessità di rilanciare un luogo dove le principali Associazioni di impresa ed il sindacato confederale si confrontino sui temi dello sviluppo e del lavoro.

Se può essere ancora Network Occupazione questo luogo, dobbiamo avere, però, tutti il coraggio di investire su di esso, evitando forzature maggioritarie ad esempio, ma ricercando sempre con pazienza i punti di intesa e di accordo.

In quest’ottica un ruolo importante può svolgerlo unitariamente il sindacato confederale. Ma anche qui, nel nostro territorio e non solo a livello nazionale, il tema non è misurare il grado di unità sindacale (che peraltro a Lecco almeno a livello confederale mi pare buono) ma verificare tra noi cosa intendiamo per confederalità

Lo dico perché vedo in alcuni sindacati di categoria pubblici e privati, la ricerca di un facile consenso con iniziative corporative o di difesa di piccoli gruppi di lavoratori che poco risponde ad un’idea di sindacato che si ripropone di ricercare sempre la rappresentanza dell’insieme del mondo del lavoro.

Se CGIL CISL UIL decideranno insieme di rafforzare questo ruolo di rappresentanza generale, anche nel nostro territorio e per il peso del nostro insediamento, potremmo dare un contributo importante a sciogliere i nodi che ho indicato.

LA CGIL DI LECCO

Questi 4 anni che ci separano dallo scorso congresso sono stati importanti per rafforzare il nostro insediamento politico ed organizzativo sul territorio.

L’acquisto definitivo della sede di Lecco, l’avvio del nuovo assetto di risparmio energetico della sede centrale, l’acquisto della nuova e bella sede di Merate, il rafforzamento della presenza di categorie e servizi individuali nei diversi angoli della provincia, un nuovo modo di fare accoglienza sono risultati importanti.

Ma ciò non è sufficiente.

La CGIL ha scelto, a differenza di altri, di investire nel decentramento, anche dei gruppi dirigenti, perché di questo hanno bisogno le migliaia di lavoratori, giovani e pensionati che si rivolgono a noi.

Questo percorso deve proseguire.

Nel documento finale del Congresso che vi proporremo di discutere e votare domani individuiamo 2 obiettivi impegnativi per la Camera del Lavoro nei prossimi anni.

Dare piena rappresentanza nei luoghi di lavoro e sul territorio ai tanti lavoratori precari sia della nuova che dell’economia tradizionale, attraverso forme di contrattazione inclusiva e con strumenti nuovi come il coordinamento dei lavoratori in appalto e la contrattazione di sito

In secondo luogo un piano straordinario di formazione dei nostri funzionari e delegate/i perchè questa fase straordinaria sia sul piano generale, politico e culturale, sia per i processi sociali in corso richiede un investimento straordinario sulle persone.

CONCLUSIONI

La CGIL conferma con questo congresso l’adesione ai valori di fondo per i quali è nata più di 100 anni fa e per i quali ha vissuto e lottato. Tra pochi giorni, il 3 novembre è il 61° anniversario della morte, che avvenne qui a Lecco, di Giuseppe Di Vittorio, un dirigente sindacale che rimane per tutti noi un punto di riferimento insostituibile. Sono quelli della CGIL valori di solidarietà, di accoglienza, di accettazione delle diversità, di impegno a difendere sempre i più deboli. La CGIL continuerà ad essere una grande organizzazione unitaria, laica, democratica e plurietnica.

Con l’obiettivo di esserci ancora tra 100 anni.

Buon lavoro

Wolfango Pirelli
Segretario Generale Cgil Lecco

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