8 marzo, Giornata internazionale della donna: le disuguaglianze nel mondo del lavoro

Posted: 8 Marzo 2020
Categoria Federazioni di categoria , Iniziative , SPI

L’emergenza sanitaria del Coronavirus ha rinviato le iniziative per la Giornata internazionale della donna, ma le organizzazioni sindacali territoriali Cgil, Cisl, Uil, insieme a Spi, Fnp e Uilp, proseguono nella sensibilizzazione sulle disparità di genere che continuano sia nel Lecchese sia in Italia.

Le inziative legate al tema saranno riprogrammate una volta terminata l’emergenza sanitaria. Intanto ecco un report delle disuguaglianze di genere, sul lavoro, in Italia.

8 MARZO 2020

GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA

I dati nella tabella sopra riportata tengono conto anche del fatto che le donne in Italia, oltre a subire discriminazioni salariali, svolgono spesso part time e orari inferiori, legati al lavoro di cura, con un conseguente minor reddito complessivo.

Anche se dal 2016 al 2018 la differenza retributiva è diminuita del 2,7% i differenziali salariali rimangono comunque alti: infatti, anche comparando le retribuzioni tra uomini e donne a parità di mansione e di orario, il gap è oltre il 10%.

Quello del GENDER PAY GAP vede l’Italia non tra i Paesi peggiori in Europa ma se a questo si aggiunge il dato che le donne che lavorano sono solo il 48,9% (contro una media Europea del 66% e di oltre il 70% del Nord Europa) il nostro Paese è penultimo davanti alla Grecia.

Pesante è poi l’abbandono del lavoro quando arrivano i figli: dal 2011 al 2017 sono state 165mila le donne che hanno lasciato il posto di lavoro (dati Ispettorato del lavoro) per incompatibilità tra l’occupazione lavorativa e l’esigenza della prole”. Ma la cosa peggiore è che il dato è in costante crescita: nel 2011 sono state 17.175 per poi aumentare progressivamente tutti gli anni fino ad arrivare al 2017 con ben 30.672.

Un fenomeno pericoloso è il part time involontario: nel 2018 ben 7 lavoratrici su 10 si sono viste costrette ad accettarlo e, secondo i dati Istat, in 10 anni sono più che raddoppiate. Il part time è sì un aiuto per molte donne che vogliono restare nel mondo del lavoro quando hanno figli, casa e famiglia da accudire (e questo vale anche per paesi più evoluti come l’Olanda e Gran Bretagna) ma è un arma a doppio taglio: difficilmente si riesce a tornare a tempo pieno, ad avere possibilità di carriera ed allora si rischia di mantenere le differenze sociali ed economiche tra uomini e donne.

Ecco perché il lavoro di cura deve essere veramente condiviso tra i genitori così come il resto del lavoro tra le mura domestiche: solo così si può arrivare ad una parità sul lavoro e ma anche ad una realizzazione della stabilità e serenità familiare. Ciò sàrà realizzabile con un cambio culturale da parte di uomini e donne ma innanzitutto ci devono essere: asili nido accessibili e per tutti, scuole a tempo pieno, servizi ponte, servizi salvatempo e orari delle città adeguati.

Il gap salariale, insieme al fenomeno del part time involontario e della discontinuità della carriera, si riflette inesorabilmente anche nella condizione pensionistica delle donne. L’importo medio mensile di una pensione di vecchiaia è di 788,42 euro per le donne e di 1.461,06 euro per gli uomini. La stessa “quota 100” è una misura prettamente “maschile” se si pensa che le lavoratrici del settore privato in media versano 25,5 anni di contribuzione, contro la media di 38,8 dei uomini. I dati diffusi da Inps parlano di 201.022 domande presentate, confermando però la differenza di genere: oltre 148mila sono le domande riconducibili ai lavoratori, più del doppio di quelle riconducibili a quelle delle lavoratrici (52mila).

Tutti questi fattori portano le donne ad essere, insieme ai minori e ai migranti, i soggetti più esposti a rischio povertà: secondo i dati Istat la povertà assoluta, infatti, interessa circa 2 milioni e 500 mila donne (8% dell’intera popolazione femminile) e la povertà relativa coinvolge 4 milioni e 400 mila donne (15% dell’intera popolazione femminile). Le conseguenze di tutto ciò, oltre a creare un’inaccettabile disuguaglianza di genere, non degna delle società evolute, impone alle donne una dipendenza economica che non permette scelte di autodeterminazione. Le donne risultano infatti più esposte a ricattabilità sia dentro i luoghi di lavoro che nella sfera familiare.

I bassi redditi, le basse pensione, le scarse ore contrattuali, l’assenza dei servizi adeguati a supporto delle famiglie hanno tolto alle donne la libertà di poter scegliere la propria condizione, che viene invece quindi condizionata dall’insieme di questi fattori.

Questa condizione di estrema fragilità è alla base dell’aumento delle violenze sulle donne e della paura e resistenza alla denuncia delle violenze.

Nella sola provincia di Lecco, infatti, nel 2019 si sono registrate 63 notizie di reato per maltrattamenti, 17 violenze sessuali e 27 casi di stalking, questo nonostante le stime Istat ci dicano che solo il 12,2% denuncia le violenze del partner e solo il 6% denuncia violenze subito fuori dal contesto familiare.

Numeri ancora troppo alti e impressionanti, per una società civile.

Alla luce dei dati crediamo che intorno agli assi portanti del lavoro della contrattazione dei diritti e ad un welfare pubblico, che mai come in questi giorni dimostra la sua fondamentale importanza si possa agire un ruolo decisivo per un passo in avanti sulla strada delle pari opportunità tra generi.

Quindi ecco le nostre proposte:

  • Servono investimenti sui servizi di cura: investimenti in asili nido e tempi prolungati nelle scuole dell’obbligo, investimenti sui servizi agli anziani e sulle RSA.

  • Investimenti nei consultori e nei centri di aiuto donna, nella loro diffusione e nelle campagne di conoscenza dei servizi offerti dal territorio.

  • Tavoli di confronto e monitoraggio sull’utilizzo dei contratti part time.

  • Monitoraggio delle dimissioni a seguito di maternità.

  • Aumento indennità di maternità facoltativa sia in termini di mesi utilizzabili sia in termini di aumento economico.

  • Prevedere forti incentivi all’uso dei congedi di paternità.

  • Formazione obbligatoria al rientro dalla maternità.

  • Promozione della cultura di genere e prevenzione delle molestie sul luogo di lavoro attraverso la contrattazione di secondo livello.

  • Le amministrazioni locali adottino un bilancio di genere, utile strumento per analizzare e valutare in ottica di genere le scelte politiche e gli impegni economici-finanziari di un’amministrazione.

  • Insegnare nelle scuole educazione all’affettività e alle differenze di genere.

  • Prevedere correttivi previdenziali che rendano più equo e solidaristico il sistema pubblico, quali la pensione contributiva di garanzia per le giovani e il riconoscimento del lavoro di cura.

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