COMUNICATO STAMPA
La nave arranca mentre la politica si azzuffa: la filiera metalmeccanica lecchese e la tempesta dell’ex Ilva e le ripercussioni del settore.
di Ivan Martorano, Segretario Generale della FIOM CGIL di Lecco
La FIOM CGIL di Lecco, conferma la logica del Segretario Generale nazionale Michele De Palma: l’Italia si trova nel pieno di una tempesta economica, sociale e ambientale. Condivido il suo severo giudizio sulla classe politica che si azzuffa per il timone mentre la nave rischia di affondare. La nostra è una linea sindacale e industriale unitaria: l’analisi nazionale si cala sulle linee produttive del nostro territorio, dove la crisi tocca le tasche e le prospettive delle famiglie lecchesi.
Due facce di una medaglia: l’export tiene, l’occupazione frena.
L’andamento del primo semestre del 2026 mostra un quadro a due facce: a segnali apparenti di tenuta commerciale si affianca una debolezza strutturale del mercato del lavoro. Se l’export del primo trimestre evidenzia un territorio dinamico (+6,3% di esportazioni), la “locomotiva” lombarda mostra segni di stanchezza. Il Nuovo Bollettino del Lavoro della Lombardia indica che, a fronte di un tasso di occupazione regionale del 70,3% e di una disoccupazione contenuta al 2,8%, le attività manifatturiere – ossatura economica lecchese – arretrano, segnando una contrazione degli avviamenti pari al -1,2% .
Questa frenata compromette la qualità del lavoro: ben il 62% dei nuovi contratti lecchesi è a tempo determinato. Un’incertezza aggravata dall’inflazione e dal caro-carburante, con il gasolio bloccato alla media speculativa di 2,185 euro al litro, con un incremento dei costi fissi per espletare l’attività lavorativa.
In questo scenario, anche la tenuta di una parte della filiera di Lecco è legata al destino dell’ex Ilva di Taranto. La nostra metallurgia trasforma e lavora acciaio, dipendendo in modo vitale dalla produzione primaria nazionale. Il decreto della Corte d’Appello di Milano, che stabilisce la chiusura dell’area a caldo di Taranto entro 90 giorni dal 27 luglio 2026, rappresenta un punto di svolta drammatico. Senza la produzione primaria di Taranto, l’intera filiera metalmeccanica nazionale e in parte lecchese rischia un contraccolpo letale.
Di fronte alla manifestazione d’interesse di Federacciai e di 14 imprese associate (Arvedi, Duferco, Feralpi, Marcegaglia e altre) limitata alla sola area a freddo, condivido la posizione del coordinatore nazionale FIOM Loris Scarpa: questa proposta è positiva solo entro un forte intervento pubblico. Accettare lo spezzettamento o abbandonare l’area a caldo significherebbe far pagare un prezzo inaccettabile a lavoratori e lavoratrici.
Le logiche di De Palma sono le mie logiche. Come ha scritto al Corriere della Sera, “L’Italia ha bisogno di Taranto e Taranto ha bisogno dell’Italia”. La FIOM di Lecco fa proprie le sue tesi fondamentali:
I metalmeccanici hanno agito sempre con enorme responsabilità nazionale. Respingiamo le accuse di posizioni anti-industriali che talvolta sono state sollevate da alcuni media, abbiamo lottato per tutelare contemporaneamente lavoro, salute e ambiente..
No alla deindustrializzazione: chiudere l’ex Ilva sarebbe una “condanna per il futuro” e declasserebbe irreversibilmente la manifattura lecchese. Servono scelte coraggiose, come il Dri (preridotto), senza scaricare sui lavoratori colpe gestionali. Se privati e banche hanno coraggio industriale, lo dimostrino con investimenti concreti. La dicotomia industria bellica e industria dei prodotti di consumo, sono una falsa scelta.
Oggi assistiamo a seguito delle analisi della FIOM CGIL nazionale a chiusure e cessazioni industriali distribuite in maniera puntiforme a livello italiano. L’industria bellica risucchia investimenti a debito verso l’estero. In assenza di privati, con strategie e programmi di lungo respiro e seri, lo Stato deve assumersi la responsabilità diretta tramite un intervento pubblico. Non devono pagare lavoratori e lavoratrici le colpe dell’assenza di politiche industriali.
Senza un progetto comune e un supporto pubblico-privato concreto, anche la filiera metallurgica lecchese non reggerà il collasso nazionale. Le ricadute colpiranno direttamente le famiglie, già provate dal caro-affitti, dalla precarietà e dal calo del potere d’acquisto.
La FIOM CGIL di Lecco chiede un’immediata inversione di rotta: rimettere al centro il valore della persona e della redistribuzione della ricchezza. Chiediamo che il rinnovo dei contratti nazionali e i modelli di contrattazione diventino lo strumento per un deciso riallineamento dei salari. Difendere l’ex Ilva e le filiere lecchesi significa difendere la dignità del lavoro: noi saremo in prima fila, senza arretrare di un millimetro.
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